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*loading* tiri allo specchio
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E capita tutte queste volte di avere qualcosa che striscia sulla schiena. E non potersene libereare mai. Ti gratti, ti dimeni, ti fai male quanto puoi ma alla fine ti ritrovi solo sotto il melo alto del cortile, quello con l'altalena al ramo, a convivere con quel mostro che non vedi mai.
Non che siano gli occhi a mancare, o un volto per identificarlo, ma è talmente schiacciato nella tua carne, sottocutaneo e lesto che devi accontentarti di vederlo riflesso negli occhi della gente.
E certe volte.

E' come avere sempre in mano il c4 e farne palline da mane a sera e pensare che va tutto bene anche se hai l'innesco nel culo e basta un colpo di vento a farti detonare.
Mattina pomeriggio e sera, e notte infine, coi fantasmi accoccolati sul cuscino, anche loro a snocciolar palline.
Non si è soli finchè si vive con la bestia;
è quando non vedi riflesso che te, che la testa inizia a schiumare dall'orrore. Camaleontismi e tracolli da travaglio.

E certe volte è come mangiare un limone. E certe volte è come usare i freni della panda. E certe volte è l'unica salvezza.
E questa volta vorrei non averti fatto male.

Nostra la Vittoria
Nostra la Storia
Nostra la Festa
Nessun Patto
Nessuna Goliardia
Lucida Memoria
Memoria Lucida
Appesi come Maiali
Maiali
Certe volte il Nonno, dopo uno dei lunghi accessi di tosse che lo affliggevano durante la sua lunga malattia , riusciva ad elaborare una qualche frase di senso compiuto come : noi non riconosciamo la guerra come strumento efficace per la soluzione dei problemi , oppure : non esiste libertà senza giustizia sociale.
Poi di nuovo le convulsioni lo sopraffacevano e nell’indistinto crepitare dei suoi bronchi , si indovinavano sconnessi spezzoni , incomprensibili borborigmi , barbagli di senso e probabilmente l’ SOS di una coscienza naufraga .
Con il Nonno in quello stato tutti noi ci si sentiva in colpa anche solo di sperare in un futuro .
Volevamo bene al Nonno , lui era il nostro passato inspiegabilmente ancora presente , davanti a lui ci si vergognava dei reconditi nostri pensieri sulla inapplicabilità delle sue utopie e dei danni strutturali che la sua dottrina di vita aveva provocato , ma non se ne poteva mai fare parola avanti a lui , sarebbe stato crudele ed inopportuno ma sopra ogni cosa , inutile.
Anche la notte , dietro la porta chiusa , si avvertiva il rantolo , quasi un moto di chi respirasse un aria irta come un roveto.
La mattina dopo la morte di mio padre , nell’aria un po’ ebbra nella quale si vive sempre in quei giorni lì , continuavo a sentire una canzone ; era la sigla di Canzonissima di qualche anno prima o giù di lì. Mi tormentava il pensiero che , in un giorno drammatico come quello , l’unica cosa che io riuscissi a fare fosse risentire mille e mille volte la voce di Silvie Vartan che cantava “Zum Zumzumzum Zum “; mi faceva sentire un figlio pessimo e un cretino insensato.
Ho saputo del Nonno solo stamattina.
Vorrei potesse riposare ora , delle fatiche di tutto questo secolo che si è portato sulle spalle , con quella testarda indifferenza di chi non si accorge che dal suo carro salgono e scendono in troppi continuamente e che la strada che ostinatamente continua a percorrere , già da tempo non porta in nessun posto e che chi dice d’accompagnarlo in realtà lo frena o lo sfrutta.
Certo senza il Nonno sarà dura ; toccherà crescere adesso , non ci potremo più riparare dietro il carisma che la storia gli conferiva , l’attendibiltà che si ricava dalle battaglie combattute , anche da quelle perse.
Ma si potrà cominciare ad alzare la voce senza timore di svegliarlo e di irritarlo , senza sentirsi gridare da dietro quella porta “ io ho combattuto e sono morto per voi , stronzi “.
Nonno , sei nella Storia adesso , finalmente , Ora dormi però ; ti verremo a visitare nei milioni di Siti internet dove riposano le tue ossa e ci commuoveremo rivedendoti giovane con quei capelli lì un po’ da pazzo o i baffi , sudato in canottiera e in cima al Palazzo con la bandiera rossa , ti porteremo le pere spadone e alla festa dell’Unità potremo ubriacarci senza parlare , senza essere obbligati a vederti vestito da pulcinella nello Stand del Folletto.
Magari tra un anno , di questi tempi , ci monterà dal fondo un magone , tondo e gonfio come una palla di pelo e ci farà montare le lacrime agli occhi e ci accompagnerà , magari ci vorrà un po’ a riconoscerne le origini , per un giorno o due ; come questa musica che sento ora e che mi pare un po’ sfacciata , come lo è questa bella , bellissima giornata.
Magari era questo , Nonno , il sole dell’Avvenire?
Sarà capitato anche a voi
Di avere una musica in testa
Sentire una specie di orchestra
Suonare suonare suonare suonare
Zum zum zum zum zum
La canzone che mi passa per
Non
Di sicuro so soltanto che fa zum zum zum zum…

Il fatto è che probabilmente mi sa un po’ faticoso a star qui a trovare arguzie per tutti i palati e buone per tutte le stagioni.
Ora , uno può costruire una casa su qualunque palafitta , anche la più malferma , anche poggiante nella fanga più instabile.
Ma il nulla , per poggiarvi sopra alcunché , è di consistenza tale che persino dio ha dovuto riempirlo alla veloce delle più disparate cianfrusaglie e tutto in una settimana corta.
Il Forlivese , che della rete è il Cesare indiscusso , ultimamente scrivi versi sul cagare come emancipazione dalle gabbie sociali , una specie di ritorno alle catene della natura per liberarsi delle catene della modernità e delle convenzioni : siamo in primavera , ci può stare.
In questo momento l’unica figura dalla quale mi sento ispirato è il mostro del titolo.
Bisogna inchiavardare la propria vita a qualcosa se vivi a Bargagli dove non arriva il secondo canale e le dentiere ghiacciano nei bicchieri.
Si rischia la linea d’ombra per tutta la vita.
Essere anonimi e implacabili è la soluzione .
E certamente avere a disposizione qualche vittima.
Una foto d’epoca con le facce da cancellare col pennarello.
Vivere ultimamente mi piace un bel po’ , ma se dovessi spiegare il perché non saprei da che parte cominciare.
Il Mostro , lui sì , avrebbe saputo dirlo.
Lui , potente , silenzioso e tenebroso.
Se qualcuno volesse evincere un qualsiasi motivo di discussione ( il tanto citato “ topic “ ) può anche fottersi ; non c’è.

A cibarsi di negatroni non si cagano Pausini, e qui non si può dar torto al compianto cretinetti.
Certo, da questo a imbottirsi di zoloft e a guaire per un pacchetto di muratti mentre si affoga nella bronchite, ce ne passa.
O si è realmente e consapevolmente crudeli con sè stessi - ma ci vuole quel grande spirito di abnegazione che geneticamente ci difetta- oppure a muoverci è solo il ventre gonfio del martire comunale.
O la dimenticanza, magari.

Per quanto mi riguarda, si dice in giro che io sia morta qualche mese fa.
Senza dubbio in questi giorni ho un po’ troppe epifanie e troppe apparizioni della madonna per ritenermi normale.
Considerando poi le repentine inversioni di rotta, l’umore esoterico e l’accidia di sempre, sembro proprio una mestruata di ruolo. Oppure un’invasata alla bernadette.
Mi si rivelassero grandi verità potrei vivere di rendita in secola secolorum.
Bramo due buchi nelle mani, per farci passare dentro assegni circolari e sigari cubani.
E se fossi un uomo risolverei così qualsiasi tipo di problema.

Vederla da qua, stanotte, fa davvero uno strano effetto. Così lontana non l’ho vista mai; le luci dei bastioni e degli anelli di Sion si propagano verso l’alto e tutto attorno come una nebbia: sembra coperta da una cappa di polvere.
In confronto al resto è un tumore luminoso, un organismo alieno che fagocita plancton o qualcosa del genere, spaventosa al punto da non poterne distogliere lo sguardo.
Gli anelli ne percorrono tutta la lunghezza, da bastione a bastione, a delimitare il perimetro e mentre li guardo, pur cosciente del mio riparo, il sudore mi appiccica i capelli e il cuore prende a battere lo stesso ritmo doloroso.
Tremo al penisero della mia fuga, al ricordo dei foibos che lassù sono installati, a sparare i loro colpi su ogni punto di rosso, macchia di calore sul gelo artificiale, in entrata e in uscita.
“La difesa definitiva”: così ci hanno detto quando per la prima volta li hanno resi noti; in grado di coagulare in pochi millimetri microscopiche esplosioni nucleari.
Ricordo i filmati di propaganda del PAR che venivano trasmessi quando frequentavo la nona classe, durante la lezione di civica: dimostrazioni dell’efficienza dei foibos, in cui anonime cavie animali venivano lasciate libere di introdursi all’interno dei 30 di sbarramento e, appena entro il 2° metro, vi morivano, con la testa o altre parti del corpo polverizzate -puf- sparite nel niente di tutto quel ghiaccio. Educazione ad impatto emotivo, era la definizione.
A pensarci adesso, col senno di poi, questo modo così adulto di presentare le cose ai bambini, dava già la misura del disfacimento in atto, il buio pesto tipico del fondo del baratro.
O di questa notte immortale.
Ma per noi era tutto legittimo: i filmati dell’invasore erano ancora presentati sottoforma di simulazioni e tanto bastava -e che cazzo- eravamo i reduci della Grande Quarta, c’era una grande gola che si apriva rossa nel nostro fianco ed ogni mezzo ci pareva più che legittimo (quasi dovuto) se ci consentiva di leccarci la ferita.
E’ stato il tempo ad insegnarci quello che adesso sappiamo: che la casualità non esiste, che la nostra grande ferita è il nostro controllo e che essa è divina e insanabile.
All’inizio i foibos erano programmati per tracciare e colpire soltanto gli organismi in entrata. Erano disposti su 6 file, all’interno di ciascuno dei 3 anelli, e da lì ogni fila scandagliava una fascia di 5 km. Ancora adesso si conserva questa partizione in file; sono gli anelli ad essere raddoppiati: l’anello superiore che controlla l’entrata è stato accoppiato ad un suo gemello, attaccato al suo ventre come un parassita, che controlla le fasce a partire dall’interno.
Dal Megafeudo non si può uscire da circa 15 anni.
Ma a dire il vero, e qualsiasi stronzo lo capirebbe, il problema non è iniziato in quel momento; il problema era già nella costruzione stessa della città, nella sua struttura architettonica, nella pianta perfettamente circolare, nei bastioni simili alle fortezze dei millenni passati, nel sistema di raffreddamento dei 30 km, nella concentrazione umana e nello sviluppo verticale delle strutture.
Ci siamo addensati, come succede sempre dopo un brutto avvenimento, abbracciati e piangenti ci siamo rappresi in un puntino credendo forse che se ci fossimo fatti più piccoli dio non ci avrebbe notati. E nel nostro puntino siamo cresciuti e ci siamo moltiplicati, lasciando fuori il vuoto, terrorizzati dall’idea di doverlo riempire di nuovo.
Una città dista dall’altra almeno 4000 km e le uniche comunicazioni che avvengono tra esse sono quelle diplomatiche dei Controllori, che decidono le nostre sorti, impostano il nostro lavoro, i ritmi del sonno e della veglia e il livello rigoroso e uniforme del nostro tenore di vita.
4000 km dove non rimane che notte e rovine e piante che abbiamo dimenticato.
L’idea della fuga esiste ma è l’idea dei folli.
Se riuscite a scappare lo fate pagando un prezzo molto alto e perdendo una parte di voi durante la fuga e soffrendo e morendo un pochino da qualche parte nel cuore e sentendo la paura mordervi il culo in un modo che non avreste mai pensato possibile.
E dopo nel buio Lei vi apparirà come immersa nel latte delle sue luci ed allora sarà terribile e bellissima e il resto della vostra vita sarà solo per guardarla da lontano.
Al giorno d’oggi esistono solo tre tipi di uomini: quelli che vivono nel Megafeudo, ne accettano ogni condizione e in esso muoiono, quelli che fuggono nel buio e nel buio muoiono e quelli che semplicemente muoiono.
Da circa 20 giorni io faccio parte degli Shiske – così sono chiamati i morti che camminano, quelli che ce la fanno a fuggire- dunque so che ci sono altri come me, accampati e sparsi, e prego dio, una volta tanto, per aiutarmi -adesso che sto per raggiungerli e tutto appare insensato e distante- a non desiderare di essere un uomo del terzo tipo .
Nell’aria, adesso, non c’è nient’altro che .
Non riuscire a dormire, anche questa notte, è lo scotto che pago per il mio continuo negare l' evidenza.
Questa notte è per le luci dell'alba.
Per il fischio che modulo nella testa al pensiero del fu.
Per gli sguardi assenti di gente sconosciuta.
Per i piatti anneriti. Per l'incontinenza e l'amore nei bagni.
Per tutto quello che ho imparato. Per tutto quello che imparo la mattina.
Per il peso di un corpo morto, adagiato sopra il mio.
Per le sigarette che ho fumato. Per quella scatola di legno che tieni nel cassetto. Per i capelli sul pavimento. Per tutti i divani del mondo. Per l'attesa di un ritorno, per il mare da una finestra quadrata.
Per quello spazio che non ci toglieranno mai. Che ci rilassa così bene.
Per i bicchieri rotti, per il vino versato, per i 4/4 e per il microsampling della minchia. Per il silenzio e per il regime di transizione.
Per Sashenka e per il suo palmare.
Per una mano dietro la schiena, di notte. Per i Pixies. Per il caldo del primo effetto.
Per me, che ultimamente penso senza subordinate.
Per le pareti bianche, i soldati blu e i i romanzi noir. Per Chandler, Tijuana e i western polverosi.
Per gli amici che restano nonostante il tempo. Per la primavera che torna sempre.
Per le ragazze in pantaloncini, allah il misericordioso, la treccani e per chi non vuole capire.
Per la mia toscana, che certe volte sa essere così morbida.
Per quella volta che ti ho cercato con lo sguardo ed eri ancora lì.



Per te, testa di cazzo, che manchi come sempre.
Solo un pensiero, davvero poco originale.
16.11.05
Il colore della noia è lo stesso che ha l’aria in queste mattine.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte.
E fuori dal finestrino sfila una realtà immobile.
Le macchine ferme, abbandonate sulle strade, oppure lasciate a bagnarsi in qualche campo, con le ruote a terra e il finestrino rotto, sullo sportello una rosa di ruggine.
Intorno bidoni blu elettrico che si colmano di acqua bruna, gabbie con dentro cani scontenti, mattoni cemento ferro, tralicci abbattuti, alberi neri e fermi.
Non è poi così difficile da accettare, tutto disabitato, il genere umano finalmente schiacciato come una piattola in un angolo umido.
I carri merce sono rimasti fermi sui binari e il legno di cui sono carichi è ormai completamente marcio; (si legge ancora, sbiadita di verde, la scritta invecchiata di qualcuno che ha corretto “il Neto” con “il peto”, e il cartello blu pende storto da una parte).
La mattina in cui ho toccato per l’ultima volta la terra era Ottobre. Adesso non lo so.
Piano piano il senso dei giorni si è perso e nessuno qui tiene più il conto.
Non so dire come sia stato possibile ritrovarsi tutti lanciati su questi binari, simultaneamente, visto che il treno non si è mai fermato, da allora; ma così è.
Siamo saliti, ci siamo seduti e per lungo tempo c’è stato solo il rumore del ferro contro il ferro.
In principio c’è stato qualcuno che si è lamentato, ma sono stati pochi: non è facile capire, ma la cosa è stata in qualche modo naturale.
E a terra non è rimasto nessuno: il suolo adesso fuma di nebbia e se questa macchina smettesse di ronzare, fuori, resterebbe soltanto il vento.
Ogni tanto qui qualcuno si alza e cambia posto, stanco dei proprio vicini; un giorno facce sadiche di vecchi induriti dal viaggio, il giorno seguente occhi di donne ansiose solo di essere toccate.
La gente annoiata ha iniziato a figliare e se cammini per un po’ trovi corridoi dalle luci fulminate, i cui pavimenti sono viscidi di sangue e placenta.
Circa quattro vagoni a destra, uno intero è stato occupato da questi figli del treno, chiassosi e cattivi. Lucidi della follia che può cogliere unicamente chi, per la vita, alzando lo sguardo, non ha visto che interminabili file di luci al neon; di chi non può fissare gli occhi su niente, chè un attimo dopo quel niente è sparito, rimpiazzato, lontano.
Due cani si accoppiano vicini ad una fontana e a terra, appiattita e sporca, c’è una sciarpa rossa che mi ricorda qualcosa.
Ho pensato che, forse, se mi mettessi a correre forte, in direzione contraria al senso di marcia per questi corridoi interminabili, sarebbe come rimanere finalmente ferma. E potrei continuare a fissare quel pezzo di stoffa rossa, fino a vederlo marcire un giorno e deteriorarsi e sparire, infine, sotto i miei occhi.
Ma non sono certa che la cosa avrebbe ancora senso, dopo.
Quindi non mi alzo mai, se non per percorrere pochi metri per volta e poi sedermi di nuovo, a guardare fuori dal finestrino.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte, chè dal treno non si scende più, tutti seduti, spremuti, scomodi, chiamati ad assistere al prezioso spettacolo della propria assenza.
C’è stata una notte fatta di cani e di sigarette fumate a metà e di aria bagnata e grigia e di cani a latrare immoti e ciechi; solidi, nel fastidio del freddo.
Io a torcermi le dita sulla panchina, pensando di avere grandi cose da dire , e lei che si allontanava lenta dalla luce del lampione.
Nei miei anni quante frasi cesellate in testa parola dopo parola. Tutte taciute, poi, per incapacità di sintesi, per imbarazzo o per chissà cos’altro. Per quella sensazione d’inutilità e reverenza che ci assale spesso di fronte alle cose naturali.
Kvetch. Ecco cosa.

C'è che la comunicazione, in certe occasioni, io non la capisco: tutto questo sciupìo di silenzio, questi bar che traboccano parole, questa paura di non aver niente da dire; aggrappati alla propria voce, impauriti, innamorati e sordi.
(“cristo, possibile che tu non riesca ad esprimerti, miserabile, senza ricorrere a tre aggettivi?” )
Chissà poi cosa ci sembra di dire. Cosa ci sembra di essere.
("che ridicola trappola per stronzi" )
Sospesi su qualche trespolo come i bengalini della mia vecchia vicina di casa.
Mangiavano ossi di seppia e cagavano strani schizzetti.
E noi, come loro, ad aspettarci chissà quale leccornia.
ritrovandosi poi, dopo tutto, a banchettare con i resti d’un morto.
(Non piangere che mi bagni i coglioni)
Del mago di Oz mi è sempre rimasta impressa la scena della morte della strega dell’Est, con le scarpe a punta che sporgono monche da sotto la casa.
Quando sono entrata nella stanza dei tre letti avevi le scarpe a punta che sporgevano da sotto la coperta e mi è venuta in mente Dorothy.
La flebo nel braccio, le chiazze di vomito, l’odore di disinfettante sopra il puzzo di sudore.
Mi è sembrato tutto così antico. Mi sono sentita così stanca.
Il secondo letto era occupato da una vecchia accompagnata dal marito. Un donnino confuso, con un principio di parkinson e compagnia bella.
Nel primo letto invece c’eri tu, col tuo sgallettare ubriaco. Con la tua morte negli occhi. Col tuo essere scampata per il rotto della cuffia. Con quell’orgoglio strano dei malati con le loro malattie.
Il donnino ha fatto la chemio. Il donnino, è evidente, versa in condizioni molto peggiori delle tue. Ma tu rincari, con livore e soddisfazione, hai fatto anche la radio: ed è il tuo malsano trionfo; il petto gonfio dei reduci del Vietnam.
Non ci siamo fatti mancare niente, dici.
Con quell’orgoglio strano che hanno i malati (che hai tu, se non altro): il diritto che ti arroghi, l'esclusiva del dolore.
Il fatto è che, magari, una volta dato uno sguardo nella gola del Leviatano, è difficile non attaccarsi, ciechi e barbari, a sé stessi. Questo lo intuisco perfino io; ma rimango comunque al di qua della palizzata e so che non lo capirò mai a pieno, fino al mio turno. E di ciò mi scuso.
E’ il terzo letto quello dove riposo io, vestita e con la giacca ancora addosso. E’ tardi e sono stanca e ho un cuore piccolo e non dovrei essere qui a vedere la scena pietosa del tuo disfacimento. E mi duole qualcosa che non afferro e che forse è senso di colpa, perché non riesco a provare altro che nausea. O forse no ma non importa.
Aspetto che la tua flebo finisca intanto che tu cerchi di staccarti la flebo.
Penso all’atmosfera rarefatta delle sale del pronto soccorso. L’aria d’attesa mesta e la compartecipazione distaccata e indolente di tutti al dolore di tutti. Quello stato di coscienza in cui la verità si rivela, ci si guarda negli occhi e si ritorna innocenti e la disillusione è palpabile e l’innocenza è finita.
Quelli sono i luoghi in cui anche lo spazio finisce, finisce il grande sogno: la convinzione che si ha, quando si è altrove, di esservi per fare qualcosa.
E ancora sono sola a girare per i corridoi, la luce bianca è sparata e mille ma anche così le corsie mi sembrano piene di segreti, con le ombre ad addensarsi negli angoli e l’abisso dietro ogni porta, in ogni armadietto. Perché è qui che coagula tutto. Qui c’è tutto quello che conta: morte, amore, tachicardia e molte droghe.
Sono sola nella luce bianca di un ospedale del cazzo oggetto di recenti scandali, il cui suolo è stato calpestato niente popò di meno che dall’on.Livia Turco in gita con le sue amiche orsoline, mi sento lontana e mi sembra di avere perduto qualcosa per strada.
Mi sembra più che altro di aver perduto la strada.
E di ciò mi scuso.
Flebo. Flebite. Tromboflebite. Non trombo mai. Flebile vivere.
L'impegno! Per carità, non sociale, ma personale. E' che in turné faccio un po' fatica a mettere due righe in fila. Migliorerò a marzo, quando li augelli innafieranno i primi virgulti, tenerelli, della bella stagione. Vedi?!

Ma intanto, in generale, è difficile mantenere alto il livello della produttività. Alta produttività. Oggi, ad esempio, non riesco ad alzare il sedere dal letto, sarà la pioggia, sarà la Romagna, sarà la chemio.
Alle volte penso che vorrei, solo per una volta ancora, provare ad addormentarmi tra le braccia di Laura.
Ho comprato la discografia completa degli Sugarcubes e ho definitivamente capito che Bjork mi annoia da morire. Una specie di erezione triste.
Finita l'epoca del latte fresco, a succhiar tette non esce più nulla.
Proprio come con Bjork.
Co Spartaco, che buttò nell'arena quattrocento legionari, a combattere.
Gladiatori sugli spalti

crack that whip
give the past the slip
step on a crack
break your momma's back
when a problem comes along
you must whip it
before the cream sits out too long
you must whip it
when something's going wrong
you must whip it
now whip it
into shape
shape it up
get straight
go forward
move ahead
try to detect it
it's not too late
to whip it
whip it good
when a good time turns around
you must whip it
you will never live it down
unless you whip it
no one gets away
until they whip it
i say whip it
whip it good
i say whip it
whip it good
La figura di Cesare mi ricorda molto quella di Craxi...
Mi domando se il potere curativo, lenitivo, o più banalmente il bastone del comando, rappresentato dalla lancia di Longino, sia anche solo paragonabile alla pillola contro l'Aids. Ma sì, il pasticcone da un milione di euro che ha reso immortale Holly Johnson e Jimmy Sommerville (non mi risulta sia mai stato sieropositivo) è già in commercio. Me lo ha rivelato la figlia di un cardiologo.
Ovvietà per ovvietà: conviene di più assumere una pillola da ottocento euro una volta soltanto e che ti mantenga l'utero sano e lindo come il pavimento di San Pietro, oppure è più vantaggiosa (tipo per la Bayer) una da quaranta euro, ma ogni mese della tua vita?
Mio fratello, chimico e tecnico farmaceutico, mi ha assicurato che non sopporterei il segreto del codice da VInci.

E' giunta ormai l'aurora, si spengono i lampioni, si sveglia gia' stressata tutta quanta la citta', le strade so' 'ntasate, le facce so 'ncazzate, c'e' un tizio in una panda che se sta pure a smucina'. Er fiume score lento ormai nun c'e' speranza, ner traffico bestemmia tutta quanta la citta'...Solo va un uomo in smart! C'ha gli occhiali de Versace, la pelliccia sur giubbotto, c'ha le scarpe de Paciotti e le tiene sur cruscotto guida scarzo a zigg' e zagg in velocita', chissa' 'ndo va co' quella smart. Guida come 'n assassino pe' le vie der tibburtino pe' raggiunge su' cuggino e pijasse 'n cappuccino, nun se sa da dove vien, ne dove va, chissa' che sta a ffa' con quella smart...Morte' morte' morte' taaaacci tuaaaaava gridando ad ogni cosa, ai semafori, ai lampioni, pure a tutti noi cojoni che la fila stamo a ffa' Pepe' pe pe Pepe' peppePepe' pe pe Pepe' peppe
E' giunta ormai la sera imbocco in tangenziale chebbello tutti insieme stamo 'n antra vorta qua, le facce so' le stesse nell'altra direzionec'e' er tizio nella panda che se sta' sempre a smucina'. Vorrei cambia' corsia su quella d'emergenza controllo lo specchietto me sto quasi pe' sposta'. Ecco ariva l'uomo in smart sta arrivando a centotrenta e c'ha due telefonini, la cintura... nun la mette e canta pure cremonini ha speso ventimila euriii pe' quella smart che tra le stelle sprinta e vaaaa' e pensa che co' i stessi sordi ce se poteva compra 'na machina e nun stressa' l'umanitaaaaa' ma chi e'? ma chi e'? A-PO-LI-ZIA! je sottraggono i documenti e damo inizzio ai festeggiamenti la pattuja superstar! je fa un murtone che je pija er panico je sequestra er mezzo meccanico, il raccordo grida URRAH! Adieu! Adieu! Adieu! Addio alla smart... E ringrazia 'a polizia che te l'ha portata via cosi' co' la stescion vegon perlomeno poi scopààààà
papa' ppa ppaaaa papa' ppa paaaaa
La mia vita è così notoriamente piena che il venerdi mi invecchia addosso con la sola nota di colore trasfigurata nei miei tampax. La sindone del femminino come unica compagnìa. Dismenorrea come sola fonte di pathos.
E così è il resto, ça va sans dire.
Ad esempio son successe due piccole epifanie in questa notte di merda.
Uno.
Uno, mi sono ricordata, accasciandomi sul letto, di quel livido nero che ho da un po’ a colorarmi il ginocchio.
E mi son resa conto che da quando se ne sta lì, mentre sono a lavoro, apro leggermente la gamba verso l’esterno, cercando il contatto con lo spigolo di teak della scrivania. Premo forte lo spigolo sul livido e continuo a lavorarmi il cad, beandomi della scossa che ricevo. E mi sento la lesa di Secretary con il kit di spilloni.
E’ che faccio così, con le cose, passo tutto il tempo a toccarmi i lividi.
Non ho ben chiaro il mio piano: penso forse che, spurgando fuori il dolore tutto in una volta, il sollievo arriverà più velocemente, oppure strizzo l’occhio alla relatività e immagino che amplificarlo falserà la successiva percezione degli strascichi, dell’eco, del decorso o quel che è?
Il quesito mi eccita così tanto che mi riserverò di risponere il prossimo venerdi.
Due.
Due, finirò a pisciarmi addosso col vestito da sposa afflosciato attorno alla gambina cianotica.
And so the story go.
il tempo che è passato t'ha cambiato o no?
Chissà se quel tuo cuore si è calmato un po'?
ma è buffo come niente ci sconvolge più
neanche di star soli.