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Chained
Chiudo gli occhi e mi vedo precipitare in un dirupo.
Gli occhi sono i tuoi e io sono un fagotto rigido e nero, la forma oblunga che cade e rimbalza sulle pareti di roccia, sollevando spruzzi di pietrisco e polvere.
Chiudo gli occhi e gli occhi sono di nuovo i miei ed io ancora rimbalzo e ancora precipito e non sento dolore, anche se sono sballottata qua e là come una pallina da tennis, sulle rocce sottili e puntute.
Dunque è questo che si prova a volare.
Con le gambe urto qualcosa, le ginocchia si piegano a formare un angolo che sul momento mi pare buffo e innaturale mentre il mio corpo viene proiettato in un'ampia parabola, verso il centro dell'abisso.
Ci sono poche piante, crescono abbarbicate alla roccia come ad un'ultima speranza. Buon per loro.
Dovessi rinascere vorrei essere una pianta. Chiaro, non l'oleandro appiccicoso di un'aiuola autostradale. Una mangrovia sì, immobile e senza tempo, con le radici brulicanti di vita affondate nel fango.
Ma anche queste, queste maledette che mi frustano la faccia, queste piante isteriche attaccate con gli artigli, non viste e sole, che cercano conforto nel freddo di un sasso. Anche queste hanno più tenacia di me.
Cado di testa, con le braccia appiattite lungo i fianchi, fa freddo e nel silenzio sento solo il fischio del vento che entra e esce dal mio orecchio, la faccia dura come cartapesta, tirata agli angoli della bocca e l'eco di sassi che mi inseguono.
Ora colo a picco pesante come piombo, ora volteggio senza materia e penso che devo proprio apparire piccola come un coriandolo a lui che mi guarda dalla cima.
Ho il tempo di chiedermi perchè l'abbia fatto, ma anche il mio cervello s'è fatto duro e aguzzo. Tagliato male, può solo formulare domande e tralasciare le risposte. Ho lunghe zampe di ragno ficcate nelle parti molli, che mi incasinano la continuità: tutto va veloce come una furia fuori da me, ma lento da sembrare eterno negli anfratti spugnosi della mia mente. Un microcosmo adimensionale, in cui il tempo rimbomba sordo, dimentico del resto.
No. No, questo non è volare. Lo so perchè una volta l'ho sognato, di volare.
Sfrecciavo a bassa quota, veloce come un'ape, sui campi immobili e vivi. Sentivo il calore, c'era una luce bellissima e io respiravo da dio, nonostante la velocità folle. Potevo muovermi, battevo la resistenza dell'aria senza alcuno sforzo. E non c'era tempo perchè non c'era scopo, perchè non c'era fine. Perchè non c'era traccia della domanda fatale.
Appunto, questo non è volare. Non puoi consolarti con l'illusione del volo quando stai precipitando da un burrone.
E infatti mi schianto al suolo e faccio il rumore d'un fiotto di vomito improvviso, sull'asfalto.
Come quella volta che mi reggevi i capelli e la fronte sudata e tutto era aperto e possibile. E remoto.
Mi schianto, vado in pezzi e non ci sono più.
Il piano terra è sempre il più frequentato. Il postino, dal pianerottolo che ingolfa di bollette, può vederne le porte; gli ospiti (del secondo piano appena!) non possono evitarlo per forza di cose, chiunque si affacci può farsi un'idea di come stanno le cose, dal primo piano di un palazzo; soltanto i testimoni di Geova sono più tenaci e non si fermano a questa domestica bassezza.
I signori Baldini e Chilleri, due targhette d'ottone leggermente brunito, di foggia rinascimentale, con uno svolazzo sotto al nome e una margherita minuscola dopo la "ni" di Baldini.
Una parvenza da mostrare al postino, a dispetto dei pavimenti di graniglia. Una vanità da primi piani.
Al secondo c'è una porta e dietro la porta c'è sempre una ragazza che piange e strepita. Ha 16 anni, il culo alto e i capelli lunghi e luminosi, e vorrei dirle di non piangere e di aspettare almeno di aver visto fino a che punto può spingersi la cellulite, ma non è passato abbastanza tempo, dalla mia ultima volta dietro una porta, anche se ogni tanto fingo di dimenticarmi da dove vengo. Si ricordano sempre i dolori, la perfetta variazione cromatica delle proprie scottature e le grandi - e, con un po' di fortuna, trionfali - risalite, ma col tempo si tende a trascurare la propria stupidità e le cose che di noi fanno vergogna, ammantandole magari di un romanticismo alla giovane Holden, che non è mai realmente esistito. Abile mossa, anche se a quanto pare dimenticare è una malattia da cui non sono momentaneamente affetta.
Hysa, la Hysa piccola dico, tra poco smetterà di fare i capricci e si ostinerà a perseguire qualcosa per un capriccio più grande e le porte saranno finite oppure estremamente rischiose, e allora che si goda questa, di legno laccato, che non fermerebbe nemmeno Stephen Hawking, se decidesse di entrare.
La Hysa grande, la madre, è una rumena ipercinetica, con il mento affilato e una massa di capelli ricci di quel biondo posticcio delle more quando si fanno bionde, virante all'arancione. So che sale e scende di continuo le scale, che non vuole che sua figlia perda la verginità prima dei diciotto e che cucina cibo pesante e speziato, ma lo fa raramente e francamente penso che potrebbe fare di più.
Dirimpetto c'è la porta del signor Eusebi, con una targhetta istituzionale: un rettangolo d'acciaio, lo stampatello rigoroso e inciso con pesantezza. Non si sa niente di lui se non che ha un cognome mistico.
Al terzo c'è una porta e sulla porta c'è una targhetta di plexiglas trasparente, di quelle a strati. Regeni-Nannini. Una donnona canuta e sorda, che da tempo ha smesso di piangere dietro ad una porta e adesso sopprime l'ultima speranza uditiva sparando a mille Santi Licheri, come se bastasse lui, poveretto, a riempire tutto quel vuoto.
Poi ci sono io e sulla mia porta non c'è targhetta. Non per voglia di trasgressione a costo zero ma per una genuina mancanza di abizione condominiale o forse, più in generale, per una deleteria mancanza di ambizioni. La casa è squallida ma qua ai bulicci danno solo case così, c'è da rassegnarsi.
Sopra di me una volta c'era il paradiso e adesso c'è solo una soffitta. Da qua sotto qualche volta la notte si sente qualcuno che cammina e sposta mobili oppure, come stanotte, i vecchi del palazzo di fronte che litigano per le pile del telecomando - lui è il marito o il figlio? E' da accertare - e urlano come dei pazzi con le finestre spalancate. Ogni tanto qualche coppia si mena giù in strada.
Una volta due ragazzini ubriachi volevano rubare una bicicletta incatenata ad un'impalcatura, ma di certo troppi mojiti non incoraggiano la discrezione e loro, come tutti qui, urlavano come ossessi le loro trame l'uno all'altro, per esser certi di non essersi assopiti nel frattempo. Allora mi sono affacciata alla finestra come potrebbe fare la signora Regeni e li ho guardati per un po' e poi gli ho chiesto se avessero per caso bisogno di aiuto perchè, insomma, messi così erano proprio un insulto all'arte ladresca. Mi hanno risposto di farmi i cazzi miei e di andarmene a letto, però poi sono stati loro a mollare per primi ed io mi sono sentita la paladina delle biciclette rubate.
E tutto questo è assai triste se pensate alla mia giovane età.

Ho iniziato a raccontarmi questa storia perchè con tutto quel baccano non si riusciva a dormire e ho finito col pensare che questo palazzo è il racconto dell'anatomia della mia anima e che io sono ciascuna di queste persone, che anzi potrebbero addirittura non esistere ed essere solo una proiezione del mio ego gigante.
E visto che quando attacco con questo genere di fregnacce è una cosa rapidamente degenerativa e che adesso i due di fronte hanno smesso di urlare
credo sia il momento di affrontare la mia insonnia.
Secondo me , secondo me sono davvero pochi i momenti quando uno dice “ oh perdio questa vita, come valeva la pena essere vissuta “ e quando capitano è dovere
ricordarseli , seppure per il breve momento che ci permette di scarabocchiarli sulla carta , cioè questo qua.
E ironicamente ci si aspetta di sentire questa necessità in presenza di quelli che canonicamente sono considerati gli attimi indimenticabili , marmorei , lapidari , faustiani.
Col cazzo , invece.
Una giornata al mare , anzi , tre ore , per
Ieri sono stato al mare , di mattina prestino , verso le dieci , con certi amici.
Lui , il mare , bulesava , di più, agitavasi e si intorbidiva di collera ma mi pareva un attore che tanto lo sa che da noi in Liguria il mare è domestico ma ci tiene a quel tanto di fragore che gli si consente talvolta.
Però , l’acqua era fredda fredda come una brutta notizia od un rimprovero della Mamma ; ma per quel tacito accordo che esiste tra noi maschietti adorabili che , se si butta uno gli altri lo devono seguire ( e Dio ci benedica in questi assalti che hanno preservato l’umanità dallo scempio e creato indimenticabili eroi veri di ciccia o di carta velina ) ci si è buttati tutti insieme nel Maelstrom gelato e grigio topo.
E ci siam presi gli schiaffoni del mare esorbitante davanti a così poca carne temeraria e siamo stati tutti Leonida sprezzanti a ribadire che non conta come si finisce ma come si inizia e ci si approccia alla battaglia e quali arti si conosce e si adopra per finir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
E se si potesse essere sempre così lucidi davanti alla commedia umana che tutti i fottuti giorni ci apprestiamo ad interpretare , vi assicuro che il divertimento sarebbe infinito , come quello di Dio che , grande scrittore , sui nostri inani sforzi di stare a galla , ride di panza e compone le poesie del mondo nella lingua che abbiamo dimenticato.
Poi , dopo , avevo bisogno di camminare perché volevo che fossero i piedi a riportarmi indietro , come sono soliti fare in questi casi , mica le ali della libertà o qualche cazzo strano holliwoodiano.
Io lo fermo l’attimo e gli vò in culo , i patti col Demonio sono parabole per settecenteschi ; noi che sappiamo cos’è l’eroina e l’oblio siamo tenuti a squartare l’attimo e crocifiggerlo sullo schermo anche se all’apparenza non vuol dire niente. Chi ha orecchie per capire capisca , soprattutto prima che mi finisca il vino .
Ora mi siedo alla Play station e faccio vincere il Genoa col Real Madrid , perché prima di morire voglio mettere Dio a gambe per aria e vedere di colore ha le mutande.
Lui ci irride con l’onnipotenza ma noi abbiamo le ripartenze fulminee ed inattese.
Questo post è dedicato al Conte Nuvoletti.
Posiamo il culo su altalene lunghe kilometri e sotto di noi kilometri d'abisso e ogni tanto ci lanciamo a dondolare nel vuoto per vedere se riusciamo a toccare qualcosa con la punta delle dita.
Una coda di topo, il muschio sul muro di una chiesa, la tua mano distratta e spezzata.
Come i calcinculo della Turchia, che erano altissimi e poco rassicuranti, fuori dal tempo e polverosi come quasi tutto quello che ho visto in Turchia.
L'oscillazione ha un periodo epocale e quando torniamo qualcosa è perduto. Perchè tutto cambia e alla fine niente cambia mai.
Ti tocco col mio piede da pianista e il tempo collassa e spenge millenni di storia, le crociate le guerre puniche l'uomo che striscia nel fango come un tritone, i banchetti al sapor di capra degli imperatori, luigi XIV che piscia sul muro, la diplomazia e la guerra fredda, il senso tribale dell'appartenenza, un libro che si tramanda da secoli, un muro che viene issato, un muro che cade.
Scompare quest'agorafobia temporale, questo senso d'inutilità d'ogni gesto nello spettro smisurato degli anni. La paura che abbiamo tutti di non lasciar traccia. Anche quando la traccia è ferita.
D'esser vissuti, d'esser morti e d'aver smollato solo una loffia eredità organica
e solo perchè costretti.

Un bimbo nasce e viene fatto cadere e poi sollevato e tenuto dritto con le mani e quello che immediatamente fa con le sue ossa di carta è provare a camminare.
L'innocenza dura finchè non inizia chiedersi "fino a dove".
“La vita non acquista contenuto se non nella violazione del tempo. L’ossessione dell’altrove, l’impossibilità dell’istante; e questa impossibilità è la nostalgia stessa.”
E se invece tu ci riuscissi sarebbe come averlo sempre fatto.
Ad oggi per star bene alle feste l'unica cosa che conta è la scarpa sfondata e il calletto inerme. Il mucchietto di carne morta che a batterci su sembra sul corpo di un altro. L'abitudine fatta materia.
A forza di picchiare forte la testa sul tavolo buono mi son fatta la fronte alla romero, e se l'ho fatto una volta perchè non di nuovo?
Quel che mi serve è solo d'imparare a fischiare bene l'habanera e ramazzar la stanza senza lamentarmi troppo.
A voler ingannare il tempo si scoprono sempre curiose abilità per il dopocena.
A voler ingannare il tempo si imparano un sacco di cose sulla cosmogonia del bricolage .

Ma mi sembra di ricordare che a voler ingannare il tempo i tiri mancini siano sempre accucciati dietro l'angolo a bussarti alla porta del culo.
E capita tutte queste volte di avere qualcosa che striscia sulla schiena. E non potersene libereare mai. Ti gratti, ti dimeni, ti fai male quanto puoi ma alla fine ti ritrovi solo sotto il melo alto del cortile, quello con l'altalena al ramo, a convivere con quel mostro che non vedi mai.
Non che siano gli occhi a mancare, o un volto per identificarlo, ma è talmente schiacciato nella tua carne, sottocutaneo e lesto che devi accontentarti di vederlo riflesso negli occhi della gente.
E certe volte.

E' come avere sempre in mano il c4 e farne palline da mane a sera e pensare che va tutto bene anche se hai l'innesco nel culo e basta un colpo di vento a farti detonare.
Mattina pomeriggio e sera, e notte infine, coi fantasmi accoccolati sul cuscino, anche loro a snocciolar palline.
Non si è soli finchè si vive con la bestia;
è quando non vedi riflesso che te, che la testa inizia a schiumare dall'orrore. Camaleontismi e tracolli da travaglio.

E certe volte è come mangiare un limone. E certe volte è come usare i freni della panda. E certe volte è l'unica salvezza.
E questa volta vorrei non averti fatto male.

Nostra la Vittoria
Nostra la Storia
Nostra la Festa
Nessun Patto
Nessuna Goliardia
Lucida Memoria
Memoria Lucida
Appesi come Maiali
Maiali
Certe volte il Nonno, dopo uno dei lunghi accessi di tosse che lo affliggevano durante la sua lunga malattia , riusciva ad elaborare una qualche frase di senso compiuto come : noi non riconosciamo la guerra come strumento efficace per la soluzione dei problemi , oppure : non esiste libertà senza giustizia sociale.
Poi di nuovo le convulsioni lo sopraffacevano e nell’indistinto crepitare dei suoi bronchi , si indovinavano sconnessi spezzoni , incomprensibili borborigmi , barbagli di senso e probabilmente l’ SOS di una coscienza naufraga .
Con il Nonno in quello stato tutti noi ci si sentiva in colpa anche solo di sperare in un futuro .
Volevamo bene al Nonno , lui era il nostro passato inspiegabilmente ancora presente , davanti a lui ci si vergognava dei reconditi nostri pensieri sulla inapplicabilità delle sue utopie e dei danni strutturali che la sua dottrina di vita aveva provocato , ma non se ne poteva mai fare parola avanti a lui , sarebbe stato crudele ed inopportuno ma sopra ogni cosa , inutile.
Anche la notte , dietro la porta chiusa , si avvertiva il rantolo , quasi un moto di chi respirasse un aria irta come un roveto.
La mattina dopo la morte di mio padre , nell’aria un po’ ebbra nella quale si vive sempre in quei giorni lì , continuavo a sentire una canzone ; era la sigla di Canzonissima di qualche anno prima o giù di lì. Mi tormentava il pensiero che , in un giorno drammatico come quello , l’unica cosa che io riuscissi a fare fosse risentire mille e mille volte la voce di Silvie Vartan che cantava “Zum Zumzumzum Zum “; mi faceva sentire un figlio pessimo e un cretino insensato.
Ho saputo del Nonno solo stamattina.
Vorrei potesse riposare ora , delle fatiche di tutto questo secolo che si è portato sulle spalle , con quella testarda indifferenza di chi non si accorge che dal suo carro salgono e scendono in troppi continuamente e che la strada che ostinatamente continua a percorrere , già da tempo non porta in nessun posto e che chi dice d’accompagnarlo in realtà lo frena o lo sfrutta.
Certo senza il Nonno sarà dura ; toccherà crescere adesso , non ci potremo più riparare dietro il carisma che la storia gli conferiva , l’attendibiltà che si ricava dalle battaglie combattute , anche da quelle perse.
Ma si potrà cominciare ad alzare la voce senza timore di svegliarlo e di irritarlo , senza sentirsi gridare da dietro quella porta “ io ho combattuto e sono morto per voi , stronzi “.
Nonno , sei nella Storia adesso , finalmente , Ora dormi però ; ti verremo a visitare nei milioni di Siti internet dove riposano le tue ossa e ci commuoveremo rivedendoti giovane con quei capelli lì un po’ da pazzo o i baffi , sudato in canottiera e in cima al Palazzo con la bandiera rossa , ti porteremo le pere spadone e alla festa dell’Unità potremo ubriacarci senza parlare , senza essere obbligati a vederti vestito da pulcinella nello Stand del Folletto.
Magari tra un anno , di questi tempi , ci monterà dal fondo un magone , tondo e gonfio come una palla di pelo e ci farà montare le lacrime agli occhi e ci accompagnerà , magari ci vorrà un po’ a riconoscerne le origini , per un giorno o due ; come questa musica che sento ora e che mi pare un po’ sfacciata , come lo è questa bella , bellissima giornata.
Magari era questo , Nonno , il sole dell’Avvenire?
Sarà capitato anche a voi
Di avere una musica in testa
Sentire una specie di orchestra
Suonare suonare suonare suonare
Zum zum zum zum zum
La canzone che mi passa per
Non
Di sicuro so soltanto che fa zum zum zum zum…

Il fatto è che probabilmente mi sa un po’ faticoso a star qui a trovare arguzie per tutti i palati e buone per tutte le stagioni.
Ora , uno può costruire una casa su qualunque palafitta , anche la più malferma , anche poggiante nella fanga più instabile.
Ma il nulla , per poggiarvi sopra alcunché , è di consistenza tale che persino dio ha dovuto riempirlo alla veloce delle più disparate cianfrusaglie e tutto in una settimana corta.
Il Forlivese , che della rete è il Cesare indiscusso , ultimamente scrivi versi sul cagare come emancipazione dalle gabbie sociali , una specie di ritorno alle catene della natura per liberarsi delle catene della modernità e delle convenzioni : siamo in primavera , ci può stare.
In questo momento l’unica figura dalla quale mi sento ispirato è il mostro del titolo.
Bisogna inchiavardare la propria vita a qualcosa se vivi a Bargagli dove non arriva il secondo canale e le dentiere ghiacciano nei bicchieri.
Si rischia la linea d’ombra per tutta la vita.
Essere anonimi e implacabili è la soluzione .
E certamente avere a disposizione qualche vittima.
Una foto d’epoca con le facce da cancellare col pennarello.
Vivere ultimamente mi piace un bel po’ , ma se dovessi spiegare il perché non saprei da che parte cominciare.
Il Mostro , lui sì , avrebbe saputo dirlo.
Lui , potente , silenzioso e tenebroso.
Se qualcuno volesse evincere un qualsiasi motivo di discussione ( il tanto citato “ topic “ ) può anche fottersi ; non c’è.

A cibarsi di negatroni non si cagano Pausini, e qui non si può dar torto al compianto cretinetti.
Certo, da questo a imbottirsi di zoloft e a guaire per un pacchetto di muratti mentre si affoga nella bronchite, ce ne passa.
O si è realmente e consapevolmente crudeli con sè stessi - ma ci vuole quel grande spirito di abnegazione che geneticamente ci difetta- oppure a muoverci è solo il ventre gonfio del martire comunale.
O la dimenticanza, magari.

Per quanto mi riguarda, si dice in giro che io sia morta qualche mese fa.
Senza dubbio in questi giorni ho un po’ troppe epifanie e troppe apparizioni della madonna per ritenermi normale.
Considerando poi le repentine inversioni di rotta, l’umore esoterico e l’accidia di sempre, sembro proprio una mestruata di ruolo. Oppure un’invasata alla bernadette.
Mi si rivelassero grandi verità potrei vivere di rendita in secola secolorum.
Bramo due buchi nelle mani, per farci passare dentro assegni circolari e sigari cubani.
E se fossi un uomo risolverei così qualsiasi tipo di problema.

Vederla da qua, stanotte, fa davvero uno strano effetto. Così lontana non l’ho vista mai; le luci dei bastioni e degli anelli di Sion si propagano verso l’alto e tutto attorno come una nebbia: sembra coperta da una cappa di polvere.
In confronto al resto è un tumore luminoso, un organismo alieno che fagocita plancton o qualcosa del genere, spaventosa al punto da non poterne distogliere lo sguardo.
Gli anelli ne percorrono tutta la lunghezza, da bastione a bastione, a delimitare il perimetro e mentre li guardo, pur cosciente del mio riparo, il sudore mi appiccica i capelli e il cuore prende a battere lo stesso ritmo doloroso.
Tremo al penisero della mia fuga, al ricordo dei foibos che lassù sono installati, a sparare i loro colpi su ogni punto di rosso, macchia di calore sul gelo artificiale, in entrata e in uscita.
“La difesa definitiva”: così ci hanno detto quando per la prima volta li hanno resi noti; in grado di coagulare in pochi millimetri microscopiche esplosioni nucleari.
Ricordo i filmati di propaganda del PAR che venivano trasmessi quando frequentavo la nona classe, durante la lezione di civica: dimostrazioni dell’efficienza dei foibos, in cui anonime cavie animali venivano lasciate libere di introdursi all’interno dei 30 di sbarramento e, appena entro il 2° metro, vi morivano, con la testa o altre parti del corpo polverizzate -puf- sparite nel niente di tutto quel ghiaccio. Educazione ad impatto emotivo, era la definizione.
A pensarci adesso, col senno di poi, questo modo così adulto di presentare le cose ai bambini, dava già la misura del disfacimento in atto, il buio pesto tipico del fondo del baratro.
O di questa notte immortale.
Ma per noi era tutto legittimo: i filmati dell’invasore erano ancora presentati sottoforma di simulazioni e tanto bastava -e che cazzo- eravamo i reduci della Grande Quarta, c’era una grande gola che si apriva rossa nel nostro fianco ed ogni mezzo ci pareva più che legittimo (quasi dovuto) se ci consentiva di leccarci la ferita.
E’ stato il tempo ad insegnarci quello che adesso sappiamo: che la casualità non esiste, che la nostra grande ferita è il nostro controllo e che essa è divina e insanabile.
All’inizio i foibos erano programmati per tracciare e colpire soltanto gli organismi in entrata. Erano disposti su 6 file, all’interno di ciascuno dei 3 anelli, e da lì ogni fila scandagliava una fascia di 5 km. Ancora adesso si conserva questa partizione in file; sono gli anelli ad essere raddoppiati: l’anello superiore che controlla l’entrata è stato accoppiato ad un suo gemello, attaccato al suo ventre come un parassita, che controlla le fasce a partire dall’interno.
Dal Megafeudo non si può uscire da circa 15 anni.
Ma a dire il vero, e qualsiasi idiota lo capirebbe, il problema non è iniziato in quel momento; il problema era già nella costruzione stessa della città, nella sua struttura architettonica, nella pianta perfettamente circolare, nei bastioni simili alle fortezze dei millenni passati, nel sistema di raffreddamento dei 30 km, nella concentrazione umana e nello sviluppo verticale delle strutture.
Ci siamo addensati, come succede sempre dopo un brutto avvenimento, abbracciati e piangenti ci siamo rappresi in un puntino credendo forse che se ci fossimo fatti più piccoli dio non ci avrebbe notati. E nel nostro puntino siamo cresciuti e ci siamo moltiplicati, lasciando fuori il vuoto, terrorizzati all’idea di doverlo riempire di nuovo.
Una città dista dall’altra almeno 4000 km e le uniche comunicazioni che avvengono tra esse sono quelle diplomatiche dei Controllori, che decidono le nostre sorti, impostano il nostro lavoro, i ritmi del sonno e della veglia e il livello rigoroso e uniforme del nostro tenore di vita.
4000 km dove non rimane che notte, e rovine, e piante che abbiamo dimenticato.
L’idea della fuga esiste ma è l’idea dei folli.
Se riuscite a scappare lo fate pagando un prezzo molto alto e perdendo una parte di voi durante la fuga e soffrendo e morendo un pochino da qualche parte nel cuore e sentendo la paura mordervi il culo in un modo che non avreste mai pensato possibile.
E dopo nel buio Lei vi apparirà come immersa nel latte delle sue luci ed allora sarà terribile e bellissima e il resto della vostra vita sarà solo per guardarla da lontano.
Al giorno d’oggi esistono solo tre tipi di uomini: quelli che vivono nel Megafeudo, ne accettano ogni condizione e in esso muoiono, quelli che fuggono nel buio e nel buio muoiono e quelli che semplicemente muoiono.
Da circa 20 giorni io faccio parte degli Shiske – così sono chiamati i morti che camminano, quelli che ce la fanno a fuggire- dunque so che ci sono altri come me, accampati e sparsi, e prego dio, una volta tanto, per aiutarmi -adesso che sto per raggiungerli e tutto appare insensato e distante- a non desiderare di essere un uomo del terzo tipo .
Nell’aria, adesso, non c’è nient’altro che .
Non riuscire a dormire, anche questa notte, è lo scotto che pago per il mio continuo negare l' evidenza.
Questa notte è per le luci dell'alba.
Per il fischio che modulo nella testa al pensiero del fu.
Per gli sguardi assenti di gente sconosciuta.
Per i piatti anneriti. Per l'incontinenza e l'amore nei bagni.
Per tutto quello che ho imparato. Per tutto quello che imparo la mattina.
Per il peso di un corpo morto, adagiato sopra il mio.
Per le sigarette che ho fumato. Per quella scatola di legno che tieni nel cassetto. Per i capelli sul pavimento. Per tutti i divani del mondo. Per l'attesa di un ritorno, per il mare da una finestra quadrata.
Per quello spazio che non ci toglieranno mai. Che ci rilassa così bene.
Per i bicchieri rotti, per il vino versato, per i 4/4 e per il microsampling della minchia. Per il silenzio e per il regime di transizione.
Per Sashenka e per il suo palmare.
Per una mano dietro la schiena, di notte. Per i Pixies. Per il caldo del primo effetto.
Per me, che ultimamente penso senza subordinate.
Per le pareti bianche, i soldati blu e i i romanzi noir. Per Chandler, Tijuana e i western polverosi.
Per gli amici che restano nonostante il tempo. Per la primavera che torna sempre.
Per le ragazze in pantaloncini, allah il misericordioso, la treccani e per chi non vuole capire.
Per la mia toscana, che certe volte sa essere così morbida.
Per quella volta che ti ho cercato con lo sguardo ed eri ancora lì.



Per te, testa di cazzo, che manchi come sempre.
Solo un pensiero, davvero poco originale.
16.11.05
Il colore della noia è lo stesso che ha l’aria in queste mattine.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte.
E fuori dal finestrino sfila una realtà immobile.
Le macchine ferme, abbandonate sulle strade, oppure lasciate a bagnarsi in qualche campo, con le ruote a terra e il finestrino rotto, sullo sportello una rosa di ruggine.
Intorno bidoni blu elettrico che si colmano di acqua bruna, gabbie con dentro cani scontenti, mattoni cemento ferro, tralicci abbattuti, alberi neri e fermi.
Non è poi così difficile da accettare, tutto disabitato, il genere umano finalmente schiacciato come una piattola in un angolo umido.
I carri merce sono rimasti fermi sui binari e il legno di cui sono carichi è ormai completamente marcio; (si legge ancora, sbiadita di verde, la scritta invecchiata di qualcuno che ha corretto “il Neto” con “il peto”, e il cartello blu pende storto da una parte).
La mattina in cui ho toccato per l’ultima volta la terra era Ottobre. Adesso non lo so.
Piano piano il senso dei giorni si è perso e nessuno qui tiene più il conto.
Non so dire come sia stato possibile ritrovarsi tutti lanciati su questi binari, simultaneamente, visto che il treno non si è mai fermato, da allora; ma così è.
Siamo saliti, ci siamo seduti e per lungo tempo c’è stato solo il rumore del ferro contro il ferro.
In principio c’è stato qualcuno che si è lamentato, ma sono stati pochi: non è facile capire, ma la cosa è stata in qualche modo naturale.
E a terra non è rimasto nessuno: il suolo adesso fuma di nebbia e se questa macchina smettesse di ronzare, fuori, resterebbe soltanto il vento.
Ogni tanto qui qualcuno si alza e cambia posto, stanco dei proprio vicini; un giorno facce sadiche di vecchi induriti dal viaggio, il giorno seguente occhi di donne ansiose solo di essere toccate.
La gente annoiata ha iniziato a figliare e se cammini per un po’ trovi corridoi dalle luci fulminate, i cui pavimenti sono viscidi di sangue e placenta.
Circa quattro vagoni a destra, uno intero è stato occupato da questi figli del treno, chiassosi e cattivi. Lucidi della follia che può cogliere unicamente chi, per la vita, alzando lo sguardo, non ha visto che interminabili file di luci al neon; di chi non può fissare gli occhi su niente, chè un attimo dopo quel niente è sparito, rimpiazzato, lontano.
Due cani si accoppiano vicini ad una fontana e a terra, appiattita e sporca, c’è una sciarpa rossa che mi ricorda qualcosa.
Ho pensato che, forse, se mi mettessi a correre forte, in direzione contraria al senso di marcia per questi corridoi interminabili, sarebbe come rimanere finalmente ferma. E potrei continuare a fissare quel pezzo di stoffa rossa, fino a vederlo marcire un giorno e deteriorarsi e sparire, infine, sotto i miei occhi.
Ma non sono certa che la cosa avrebbe ancora senso, dopo.
Quindi non mi alzo mai, se non per percorrere pochi metri per volta e poi sedermi di nuovo, a guardare fuori dal finestrino.
Si viaggia lenti, parlando poco e respirando forte, chè dal treno non si scende più, tutti seduti, spremuti, scomodi, chiamati ad assistere al prezioso spettacolo della propria assenza.